12 aprile 2009

dopo l'aquila

e' passata quasi una settimana dal terremoto e ovviamente si piangono i morti e le vite spezzate di chi in un modo o nell'altro e' rimasto vivo. MA, e dico ma, oltre a piangere bisogna anche recuperare la lucidita' e chiederci perche' tante vittime, perche' tante case crollate. questo che abbiamo visto non e' solo risultato di una natura crudele!!! ed e' questo che cerchero' di fare nei prossimi giorni pubblicando due cose non mie, entrambre scritti da amici aquilani.

il primo, e' uno scritto di massimo giuliani, amico di fb, uno dei pochissimi che ho aggiunto che non conosco di persona. ma io e lui abbiamo molte cose in comune. intanto l'amicizia con mio fratello, e poi un'inclinazione politica e, forse, polemica. e poi c'e' la storia che ha iniziato la nostra amicizia, la storia di un libro che lui cercava, in cui ho scritto anche io....vabbe' una storia fatta di piccole coincidenze.

dicevo massimo e' dell'aquila anche se non ci vive da qualche anno. dopo il terremoto si e' recato a roma per vedere la sua famiglia che si era rifugiata da parenti e poi e' voluto andare all'aquila a vedere le condizioni della sua casa e della sua citta'.

ha scritto qualcosa che secondo me non solo e' molto sentito e profondo, ma anche crudo, con l'occhio analitico che lo contraddistingue. un pezzo che secondo me il 90% dei nostri giornalisti dovrebbe provare a scrivere e invece non fa, un po' per incapacita', un po' per interessi di testata e po' per mancanza di palle. leggetelo fino in fondo, ne vale la pena.

DOPO L'AQUILA
di Massimo Giuliani

Sabato mattina, prima di ripartire da Roma, diamo un'ultima occhiata alla lista delle vittime del terremoto.
Non riconosco nessuno. Forse sì, quel nome mi ricorda quel ragazzo dell'aula di fronte, alle medie, quell'altro la zia di quel vicino di casa. Ma no, certamente non sono stato colpito dal lutto così vicino come tanti miei amici. Però aspettiamo per dirlo con certezza. E comunque non riesco a non sentire il bruciore della ferita della mia città d'origine, una lista così lunga di morti da piangere.
Io e mia moglie Marisa abbiamo preso una stanza in un bed & breakfast della Capitale per verificare la sistemazione dei miei genitori e della famiglia di mia sorella - sfollati presso parenti a Roma - e per stare un po' con loro. E anche perché a L'Aquila c'era da andare a vedere come sta la casa dei miei (quella nella quale sono cresciuto); e infine sia io che mia moglie non riuscivamo a continuare a pensare da lontano a quello che sta accadendo senza poter renderci conto da vicino dello stato di salute di questa città che - così dicono le voci e le immagini che ci arrivano - rischierebbe di scomparire.
Così, da Roma potevamo raggiungere l'Abruzzo e ritirarci senza disturbare, ché lì si lavora.

Fuori le mura
Giovedì mattina entriamo a L'Aquila da Roma, unico accesso per chi arriva da fuori: l'autostrada che arriva da Teramo e dal Gran Sasso è chiusa per le verifiche alla stabilità dei viadotti. Dunque una lunga colonna di auto si muove a venti all'ora verso la città, in un corteo silenzioso e composto.
Attraversiamo i quartieri periferici: la prima impressione è che se guardi gli edifici squarciati e quelli che se la sono cavata (magari con danni vistosi, ma se la sono cavata) e se hai qualche memoria di quando quei quartieri sono venuti su, è possibile ricostruire la storia dell'Aquila e della sua espansione attraverso i decenni. E delle fasi, diciamo così, meno limpide di quella espansione.

Una delle tendopoli

Ci ferma un posto di blocco: di lì non si va, l'ormai famosa via XX Settembre è chiusa al traffico. È la zona più devastata ed è pericolosa: è lì che stanno lavorando ancora nella speranza che un miracolo permetta di salvare qualcuno dalle macerie della Casa dello Studente.
Sempre in processione, arriviamo dalle parti dello Stadio del Rugby. Lì lasciamo la macchina. Fortuna che L'Aquila è sempre stata una città sportiva: ha una nobile tradizione di rugby e una meno luminosa tradizione calcistica. I campi sportivi abbondano, e ora sono tutti diventati tendopoli.
Io e Marisa ci avviamo a piedi.

I quartieri residenziali appena esterni alle mura antiche della città sembrano tenere bene. Crepe vistose, qualche crollo circoscritto, ma in generale stanno in piedi. Tutto è abbandonato, da giorni i panni sono stesi ai balconi, e solo ogni tanto vedi una macchina ferma col motore acceso e lo sportello aperto. Contravvenendo alle raccomandazioni, qualcuno sta tornando in tutta fretta a raccogliere qualche oggetto di cui non può fare a meno.

Silenzio dappertutto.

Si sentono, ogni tanto, solo i versi dei piccioni, che in questa parte della città sembrano fare da padroni, annidati sui terrazzi e liberi di attraversare le strade del quartiere deserto.
Incontriamo un vecchio amico che da domenica notte vive coi genitori in un camper, sotto casa. La casa, dice, la usano ancora: vanno al bagno e utilizzano quel che serve. Fuori appare fracassata, ma dentro ha resistito, a parte i mobili sottosopra. Solo che, aggiunge, aveva due negozi di abbigliamento nel centro storico, dove non c'è più nulla. "Aspetto qualche giorno, poi quando ho le idee più chiare me ne vado a ricominciare da qualche parte. Non ho più l'attività, ho quarantacinque anni: come faccio ad aspettare dieci anni che la città si rimetta in piedi?".
Mentre parliamo, una scossa. Mia moglie sobbalza. "Niente, niente", dice il mio amico. "Tutto normale. Uno di quei colpetti secchi che arrivano ogni tanto...".

San Bernardino

Arriviamo, attraverso Porta Leone (qui le vecchissime mura della città sembrano aver tenuto) in piazza San Bernardino. In tutta la piazza, solo noi; in fondo, due militari. Il silenzio è insopportabile: più o meno le sequenze iniziali di "Vanilla Sky" (con Tom Cruise nella città deserta) ma con le macerie in giro e le pale dell'elicottero sopra le nostre teste.
Per quel che si vede da qui giù, almeno parte del tetto della scuola elementare è crollata. La Basilica di San Bernardino ha perso il campanile. La gradinata che porta a via Fortebraccio (una parte della città vecchia, dal fascino incredibile) ha parecchi danni. Cerchiamo di raggiungere i portici, che sono l'accesso al Corso, alla zona un tempo vitale e vivace della città. I militari, cortesemente, ci tengono a distanza. Immaginiamo al di là di quella linea un silenzio, se possibile, ancora più minaccioso di questo.
Domando se possiamo scendere la gradinata per assicurarci delle condizioni di via Fortebraccio e dei vicoletti che la tagliano. È la zona medioevale e antica del centro, che da anni vengo a fotografare quando torno qui.
Ci sconsigliano: "non andate, qui cade roba anche senza scosse, non è il caso".

Il Castello
Torniamo indietro e ci dirigiamo verso il Castello Cinquecentesco: anche qui i danni esterni lasciano soltanto immaginare la distruzione all'interno (opere d'arte di valore immenso, forse anche lo scheletro di mammuth esposto nella Fortezza). Il tempo di uno scatto da lontano alla parte anteriore del Castello e un milite si sbraccia per farci capire che bisogna lasciare il parco che circonda l'immenso Forte Spagnolo.
Una volta fuori dal parco, proviamo a vedere se ci sia un accesso al centro storico più sicuro che dai portici di San Bernardino: ma anche qui tutto chiuso. Dalla città "di là" arriva la sirena di un antifurto impazzito; da sopra, il rumore dell'elicottero. Uno scenario da bombardamento.

Porta Leone

Torniamo a San Bernardino e di lì fuori le mura, per dirigerci a piedi verso la casa dei miei genitori. Fotografo alcune crepe: in generale però mi pare che sia in buona salute.

Collemaggio
Così proseguiamo il cammino verso la Basilica di Santa Maria di Collemaggio - la chiesa di Celestino V - ma lungo la strada ci fermiamo all'altezza di Porta Bazzano per vedere se di lì sia possibile rendersi conto delle condizioni di via Fortebraccio (dalla quale due ore prima eravamo stati tenuti lontani). Anche da qui non si passa: ma domando ai due militari che ci si parano davanti se sappiano in quali condizioni versa la zona che si apre oltre quella porta: sembra stia bene, mi dicono. Se è vero, è un miracolo.

Santa Maria di Collemaggio,
lo squarcio dell'abside

Arriviamo alla Basilica.
La grande distesa verde davanti alla chiesa ora è un mare blu: un'altra tendopoli, con annessa infermeria.
Intorno alla basilica ferve l'attività di tecnici e ingegneri, che sembrano sapere il fatto loro e fanno sperare che qualcuno abbia già qualche buona idea per restituire la chiesa a chi la amava. Io d'estate ci passavo del tempo dentro, per cogliere lo spettacolo dell'attimo (una manciata di secondi, ma il sole dev'essere favorevole, sennò si riprova domani!) in cui il rosone proietta la propria sagoma in fondo all'abside.
La condizione di Santa Maria di Collemaggio è piuttosto istruttiva per chi vuol capire quello che è successo negli anni in questa città. La parte medioevale della chiesa sembra tenere, e - per lo meno da quello che vedo in tv - addirittura le condizioni degli affreschi sembrano relativamente tranquillizzanti: ma l'abside, ricostruita in epoca barocca e - soprattutto - restaurata negli ultimi decenni, si è sfracellata al suolo.
La facciata della chiesa, impacchettata da chissà quanto per lavori interminabili, forse è stata salvata proprio dal fatto di essere tenuta insieme dalle impalcature.
Muovendoci intorno alla chiesa, da una zona più in alto riusciamo a vedere lo squarcio enorme dove prima c'era il catino absidale.

Fuori città
A sera mi parleranno delle condizioni irrimediabili di tanti piccoli importanti centri della provincia. Vengo a sapere che S. Stefano di Sessanio, borgo medievale di straordinaria bellezza a 28 chilometri dalla città e a 1300 metri d'altitudine, si è salvato!
Non è strano: negli anni scorsi, S. Stefano è stato acquistato tutto da tedeschi, che lo hanno sottoposto a un rigoroso restauro conservativo. Solo la Torre Medicea si è sfracellata al suolo. Era stata restaurata precedentemente: vittima del cemento, come il Castello e come Collemaggio. E vittima dell'incuria, e dell'ignoranza e sì, dell'ingordigia.

Nel pomeriggio, per incontrare mia sorella che nel frattempo è tornata a L'Aquila per sbrigare alcune questioni (il Comune sta censendo la popolazione: chi è in tenda? Chi al mare? Chi ha trovato ospitalità da parenti o amici?), ci spostiamo in periferia: ci aggiriamo intorno alla tendopoli di Piazza D'Armi, ma ce ne teniamo a distanza.


Le abitazioni della zona sono fortemente danneggiate. A pochi passi dalla tendopoli, una casetta è venuta giù seppellendo chi ci dormiva dentro.
Qualcuno, prima che partissi, mi diceva: "fate attenzione, voi abruzzesi, che non facciano come in Umbria: curate che pensino prima alle abitazioni e poi ai monumenti! Le persone devono tornare nelle loro case!".
È giusto, ma bisogna sapere cosa tiene in vita questa terra. Le persone nelle loro case nuove avranno bisogno che la cultura, l'arte, la gastronomia, tornino ad attrarre gente. Senza le sue risorse principali, questa terra non potrà tornare a sfamare e dare un senso alle persone che torneranno - se ci torneranno - nelle loro case.
Collemaggio, San Bernardino, tutte le piazze e le chiese della città chiusa che non abbiamo potuto vedere, sono urgenti quanto la casetta che si è sbriciolata.

A sera, ci brucia la gola. Forse è solo effetto di questa strana giornata, che alterna sole e nuvole. O forse qui si respira ancora polvere.

Il giorno dopo
Il giorno dopo (venerdì santo) siamo a Roma per mangiare con la mia famiglia d'origine, tutta sparpagliata tra vari parenti. Io e Marisa, con un amico di lì, cerchiamo un posto dove comprare una bottiglia di vino bianco per rallegrare, per quanto possibile, il pranzo.
Marisa parla della necessità di rifondare una cultura della convivenza e delle regole, e della speranza che l'ondata di sdegno nata in seguito a tanti lutti possa contribuire alla sua rinascita. Intanto la strada che percorriamo è bloccata da auto in doppia fila.
Il mio amico romano mi fa: "sai perché qui non viene mai un vigile? Perché i commercianti li pagano per stare alla larga. Funziona così: un vigile in borghese arriva e lascia l'auto aperta; loro la riempiono di mercanzia, lui torna, rientra in auto e si allontana".
Ma allora di che cazzo stiamo parlando? Di quali regole? Di quelle di un sistema marcio anche nella parti che dovrebbero controllarne la salute?

Vi dirò: se non fosse per tutte le macerie viste, crescerebbe la speranza che la terra si aprisse una volta ancora. Una volta sola, una, sotto i piedi degli speculatori, dei profeti del cemento e della sabbia, degli alfieri della furbizia.
E poi, già che ci si trova, sotto i piedi dei pornografi degli affetti, di quella giornalista che bussava di notte ai finestrini delle auto degli sfollati per svegliarli e domandare "Come mai dorme in macchina?".
Come mai dormo in macchina? Perché sono un originale, brutta testa di cazzo. Sciacallo col microfono in mano, peggiore degli sciacalli che venivano acchiappati qua e là fra le rovine, che ti bastava tornare a casa a prendere cento euro per essere scambiato per uno di loro - e se eri rumeno peggio ancora.
E poi, per favore, sotto i piedi di chi stappava champagne per festeggiare il 30% di share del terremoto, che la terra li inghiotta per sempre.
Che si apra sotto i piedi di quello stronzo che dirige una rivista, una volta decente, che ha scritto "Crollate anche 4-5 chiese. Non tutto il male viene per nuocere". Nel piccolo, asfittico e triste mondo dello stronzo, il terremoto è un calcio in culo a qualche grasso gerarca vaticano. Mica uno squarcio nel cuore di una terra che ha contribuito a nutrire di bellezza il Paese.
Che si apra, ancora, sotto i piedi di quei degni rappresentanti di una paese che scambia per efficienza l'iperattività e l'agitarsi isterico, che promettevano la fulminea istituzione del reato di sciacallaggio. Anzi, dice, l'abbiamo già pensato, ci manca solo un nome.
Gliene suggerisco uno io, Presidente. Furto in casa. Esiste da un pezzo, fa dieci anni di galera. Si può chiedere, per favore, almeno ora, un po' di serietà e di concretezza? Una breve sospensione della campagna elettorale con i suoi proclami e le sue sguaiatezze?
Che si apra una volta ancora e porti via per sempre questi parassiti ipocriti e senza vergogna. In fondo, un po' ce lo deve.

6 commenti:

the yogi ha detto...

articolo decisamente 'contro', emblematiche le ultime righe......

Monica ha detto...

yogi - piu' che 'contro' lo trovo molto VERO.

the yogi ha detto...

ma certo... intendevo 'controcorrente', vista la dietrologia palesata dai canali ufficiali......

Massimo ha detto...

Putroppo,da domani i riflettori tenderanno a spegnersi,e rivedendo un film gia visto,non c' e' da aspettarsi granche';in questo caso spero( speriamo),di dover mi(ci) ricredere...

massimo giuliani ha detto...

Grazie, Monica, di aver rilanciato il mio post.
In realtà più che un post "controcorrente", volevo lasciare una traccia del mio viaggio e delle mie sensazioni: se questa disgrazia non finirà dimenticata come troppe altre, sarà anche perché, come è stato detto, è il primo sisma vissuto in rete e in Facebook; è stato un evento in cui l'informazione nata dagli utenti dell'informazione stessa ha avuto un ruolo più che in passato.
Scrivo mentre a Domenica In va in onda uno spot interminabile sul presidente del Senato in visita ai terremotati. È una specie di processo di beatificazione, sono sconcertato. L'intervistatrice, con la lingua ormai sul pavimento, sollecita il poco schivo Schifani con domande del tipo "Sappiamo che lei è un presidente che va in mezzo alla gente...". E lui "beh, portavo una testimonianza personale più che istituzionale" e così a lungo.
Ora, se il desiderio di costoro di farsi belli davanti alla telecamera può garantire una visibilità ancora per molto tempo all'Aquila distrutta, stringo i denti, mi turo il naso e me lo faccio andare bene.
Ma se, passate le elezioni, cercheranno di ricacciare tutto torna nel buio, penso che avranno pane per i loro denti.
Buona Pasqua.

Mathias ha detto...

grazie per la testimonianza massimo (e grazie moni di averla ospitata). Ho bisogno di informazione vera e sola la rete mi salva. Che la terra si apra veramente sotto gli sciacalli delle tragedie..ora e per sempre